maestrocarrarelli@virgilio.it      

Franco Carrarelli

         

Sezione 1

Angelo Cortese

Davide Gaeta

Manfredi Sica

Nunzio Menna

Giuseppe Ferrara

Aldo Altieri

Pietro Farina

 

Sezione 2

Pannetto della Madonna      

      Assunta Avellino

 

    

 

 

Sezione 3

Il quadro di Getsemani

 Lettera di Padre Silvano Zarrilla

Note D’Arte

Il Mio Paese ( Umberto Della Sala )

Riflessioni sulle opere della mostra 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

               la pietà (olio )  70x 100

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 vedi l’inaugurazione

 

 

 

 

 

 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            

 

                    

             vedi le oper in dettaglio

 

 

 

 

 

 

 

   

              

                Lavandaie 70 x 100

 

 

 

             

                 L’arrotino  100 x 120     

          

 

             

            La pesa del grano 100 x 120

 

 

 

 

 

                    

                 La verduraia  80 x 120

 

 

 

                

               Mani al corredo 80 x 120

 

 

 

               

            A preta r’o pesce “  80 x 120

 

 

               

          Ponte delle carrozze 100 x 120

 

 

 

 

                  

          Svago con chiacchiere  80 x 120

 

 

 

 

                     

                       Il peso  60 x 80

 

 

 

 

              

              Contadini “pausa” 100 x 120

 

 

 

 

                    

                   Calzolaio  70 x 100

 

 

 

 

                        

                      Il fuso  60 x 120

 

 

 

 

 

               

                   il ramaio  100 x 120

 

 

 

 

 

 

                

             L’ impagliaseggiole  70 x 100

 

 

 

 

 

 

 

               

                    il gelataio 60 x 120

 

 

 

 

 

 

 

 

                   

          il venditore di uova 70 x 100

 

 

 

 

 

 

                 

                  Il sarto  60 x 120

 

 

 

            

       La festa della vendemmia 100 x 120

 

 

 

 

 

 

 

 

        

             La sarchiatura  100 x 120

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

            

                L’aglivendolo  60 x 80

 

 

 

 

 

 

           

                l’ ombrellaio  70 x 100

 

 

 

 

 

               

                L’ ambulante  60 x 80

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Prima presentazione nel mondo dell’Arte  1973

Franco Carrarelli è nato ad Atripalda, cittadina vicinissima ad Avellino,frequenta qui l'Istituto d'Arte, spinto in questa scelta da alcuni precoci ed autorevoli riconoscimenti.

(Medaglia d'oro per meriti grafici - 1953 - a soli  dieci anni ).

Diplomatosi frequenta l'Accademia delle Belle Arti di Napoli.

Attratto da ogni forma d'arte: dalla grafica alla scultura, dalla musica alla fotografia, dalla ceramica alla pittura, ha finito con l'acquisire padronanza di numerose tecniche grazie anche al corso frequentato a Firenze per il  restauro dove  consegue il titolo di  restauratore per tela e legno.

Dopo varie esperienze artistiche anche nel mondo della ceramica, infatti apre un bellissimo laboratorio alla Via Francesco Tedesco di Avellino e riesce ad avere consensi ed alcuni suoi lavori diventano ricercati da appassionati della creta cotta, ma attratto sempre più dai colori dalla voglia di trasmettere messaggi visivi, di denuncia, di attualità rinuncia al laboratorio di ceramica per prendere coscienza delle proprie  possibilità, si avvicina sempre più alla pittura sino a dedicarvi tutto il suo tempo.

Nel 1964 gli viene assegnata la cattedra di Disegno e Storia dell'Arte, presso  L'Istituto Imbriani di Avellino, allora spinto dall'ansia di concretizzare le sue idee, abbandona  l'Accademia.

Sono anni duri, in cui non mancano momenti di crisi e di sconforto.

Comincia la sua esperienza grafica presso il prof. Vittorio Colantuoni dando lezioni di disegno  ai futuri insegnanti di disegno, ma la sue esperienza pittorica lo vede legato al pittore napoletano   Vincenzo Carignano  l'ultimo allievo della Scuola di Posillipo di Francesco Paolo Michetti. Nel 1966 cominciano ad arrivare i primi successi che si fanno via via sempre più frequenti.

Il tempo passa ed egli matura ed affina la sua potenza espressiva e la sua pittura si impone e suscita sempre nuovi consensi.

Nel 1967 riceve l'incarico di affrescare la Cappella Militare del 9° Regg. Art. di Foggia  e nel 1971 di realizzare la favola di Biancaneve per la  Scuola Materna  "Immacolata  Concezione “ Parco Cappuccini  Avellino.

Nel  dicembre del 1973  si classifica al    posto assoluto  nella Biennale d'Arte  "Francesco Solimena"   e gli viene assegnata la coppa del Sen.  Salverino De Vito  con la seguente motivazione:

per la capacità di sintesi  e potenza  espressiva  nella comunicazione ".

 

             Dicembre 1973             Dott. Angelo  Cortese

 

                       Nota D’Arte

 

La nostra società ha fatto del consumismo un nume tutelare di tutti i bisogni umani; l’arrivismo ed il benessere ne sono la massima aspirazione ed anche le cose d’ arte si intristiscono in una ricerca  insipida e vuota, per cui incontrare un soffio d’aria pura diventa un’azione rigeneratrice, un ricredersi nella forza spirituale dell’uomo.

Questo soffio di purezza mi è venuta da tre artisti, i quali, al momento hanno una forte carica emotiva: In avvenire, forse, si perderanno sull’alloro dei primi successi, forse non avranno la resistenza e la necessaria volontà nelle difficoltà  da superare per raggiungere un perfezionamento espressivo di maggiore e più profonda  entità, ma questo è un discorso futuro che lascia sospesi  i suoi interrogativi all’arco della vita.

Ed ecco la nostra analisi: Carrarelli, dinamico e vitale, propende verso una stilizzazione della figura , nel  quale contenuto e forma si identificano in una ricerca che spazia  nel  campo sociale:

Problemi umani , evoluzioni di pensieri, movimenti di folla lo interessano ed egli li vive con piena partecipazione.

Le ridenti immagini dei suoi pagliacci, in tante pose ed attimi, conservano nella varietà tonale il tratto naturale con tutta la loro malinconia.

Egli, partendo da una interpretazione alla Vargas, di linea a tutto tondo, con uno sviluppo grafico modulato ed armonico, è giunto ad una pennellata distesa in contrasti graduali ma decisamente espressivi che concorrono a dar corpo alla figura in se ma soprattutto  evidenziano il contenuto dell’immagine soggetto dell’indagine.

Prendiamo ad esame: “ Ragazzo “ . In esso vibra un senso di solitudine una tristezza  connatura ad un abbandono che anche attraverso il nitore delle tinte usate crea la sua  motivazione d’essere. un bricco , due sandali, un bimbo imbronciato, solo, sperduto nel grigio sotto un cielo plumbeo nel quale un solo angolo d’azzurro è il segno di una speranza lontana,  ma nel quale angolo è tutto interamente tesa la sofferenza , la solitudine conscia ed in coscia  del ragazzo solo, povero ed

abbandonato.

                              gennaio 1975              Davide  Gaeta

 

                              VERSO IL FUTURO 

Alla Galleria del Corso Vitt. Emanuele ha avuto luogo una collettiva d’arte di tre artisti Irpini:  Carrarelli     Corbisiero    Malvano.

Il primo che ha avuto numerosi consensi anche per la molteplicità delle sue tecniche, ha presentato un nutrito campionario di opere che vanno dall’interpretazione allegorica della moderna civiltà fino alla rappresentazione figurativa tradizionale, venata di una candida serenità elegica.

Numerosi i consensi formulati sul suo nome grazie anche all’ impegno continuo e costante ed alla sua poliedricità e padronanza di molteplici tecniche.

 Estratto dalla rivista   di cronaca cultura e arte  

 

                           Anno II  n. 8  - Marzo  -Aprile  1975       Nunzio  Menna

 

 

                                  ARTE GUIDA IRPINA

Pittore serio preparato, Franco Carrarelli ricerca, nei  suoi  dipinti,  un punto apprezzabile di conciliazione e di sintesi di due momenti, immancabili in un’opera: il momento estetico, determinato

dall’accanita ricerca della bella e piacevole forma, ed il momento  contenutistico, determinato dall’ispirazione profonda ai motivi di più viva attualità e di più preciso impegno sociale.

La tela vibra oggi di una nuova forma espressiva, caratterizzandone il linguaggio pittorico una sorta di tecnica della dissolvenza dell’immagine, come quella di una camera da presa, che può sfocare

o mettere  a fuoco, a suo piacimento,l’immagine,ricorrendo agli effetti  di baluginii, di guizzi improvvisi di luci,modulati su di una corda tonale assai chiara e delicata.

                                  Paestum  29 giugno 1977    prof.   Manfredi  Sica

 

 Nota pubblicata su   ARTE GUIDA IRPINA

 in occasione della mostra personale tenuta

da Franco Carrarelli alla Galleria  Il Quadrivio

di Laura di Paestum  il  29  giugno  1977

 

                                      IL  CILENTO

                                    ALTIRPINIA      n 4   del  15 dicembre 1992

Grande successo di critica e di pubblico ha riscosso la   “ mostra  d’arte di  Franco Carrarelli  svoltasi a Laura di Paestum  in questi giorni.

Trentasei le tele esposte che compendiano tutta la sua attività di pittore impegnato.

Franco Carrarelli, è entrato , fin dal 1966 nel mondo dell’arte impegnando tutto il suo tempo. In pochi anni ha fatto dei progressi veramente notevoli tanto da dare alla sua arte un’impronta originale ed allo stesso tempo densa di acute ricercatezze.

La pittura di Carrarelli ha un contenuto di contatti umani e tecnici che danno la misura  lampante della sua genialità, infatti le sue figure, sostenute da uno studio accurato e completate da un tratto pittorico deciso ed armonico,ci appaiono immerse in un pulviscolo come se le tele appartenessero ad un’altra età.

E’ positivo quindi affermare che questo pittore sollecita attraverso la sua arte pura e semplice, le vicende della vita rappresentate nella loro cruda realtà;

si assiste ad un continuo dialogare fra le tele e l’osservatore, che viene assorbito e quasi vive la stessa vicenda dell’opera.

Una delle tele più significative di questa personale è senz’altro“  Ritorno dai campi  “, dove la gente del sud viene rappresentata nella sua fierezza dopo la dura fatica quotidiana e dove traspare tutto il dramma in cui  sono avvolti i personaggi.

 

                                                     prof.   Giuseppe Ferrara

                                      ALTIRPINIA      n 4   del  15 dicembre 1992

 

                    PITTORI SCULTORI CONTEMPORANEI

 

Il suo stile pittorico ha avuto una linea evolutiva articolata in tre fasi. L’artista, partito dal modulo figurativo è sfociato in quello metafisico, perché, angosciato. Per la sorte dell’uomo di fronte alla civiltà della macchina, ha trovato il linguaggio. Metafisico più adatto per esprimere il suo intimo assillo. Ha fatto quindi ricorso a forme simboliche, a manichini alla Dechirico, a sfondi costituiti da ruderi di civiltà perdute; cose che danno alle sue opere particolare suggestione. In queste tele però  il discorso non si fa mai disperato, perché resta sempre presente.

In esse una nota di speranza, la quale diventa piena e robusta nell’attuale fase pittorica dell’artista di indirizzo neo-figurativo, in cui predominano bene il presente stato d’animo  dell’autore.

                                                      Prof.  Aldo Altieri

                               Dall’ estratto da pittori, scultori italiani contemporanei

 

 

Se l’abito d’uso di un artista traspare dalle sue opere, non sempre e non tutto  il  Potenziale  Umano e la carica  di fantasia dell’ uomo , sono evidenziati nelle opere stesse, specie

quando di essere se ne fa uso e consumo di lavoro e di produzione. E’ il caso del pittore Carrarelli  Franco di Avellino artista certamente d’ impegno che ho visto al lavoro nella Galleria d’arte moderna il “ Braciere “ di Caserta. L’uomo era lì; ed intorno, una folta schiera di amici a complimentarsi della personale. Ne guardai lo sguardo ed i modi impacciati; tipici di colui che si trova, suo malgrado a dover subire i complimenti e gli auguri, mentre  in cuor suo pensa alla pace del suo studio, alle notti insonni, ai risvegli improvvisi, al ritorno rapido alla magicità della cromatica tavolozza, al lungo cammino mentale, alla mano veloce che stende sulla tela  e vi traspare tutto il proprio lirismo, tutta le densità del proprio animo. L’arte di Franco Carrarelli mi è piaciuta e subito!

Nulla che travalicasse i segni di una compostezza nitida di forme e contenuti nulla che guastasse  nel segno  di un disegno sapiente la magia della tecnica e del colore.

Una pittura viva, aderente al mondo nostrano, senza abbagli profani senza variazioni repentine di gusto e di scena.

La terra Irpina, densa di pesanti orizzonti e di grevi silenzi, nella maturità di un mondo magico che tenta di trasformarsi  il più tardi possibile, è presente anche nelle  più limpide sfumature  e nel significato delle scene dove si respira  l’aria della ginestra.

Quando il pittore respira la natura, è l’interlocutore più reale tra la terra e Dio, e diventa per incanto, un messaggio di felicità

                                                      Dot. Pietro  Farina

                           Dall’ estratto da pittori, scultori italiani contemporanei

 

                                    NOTE D’ARTE

                            Successo e fama per Franco Carrarelli

Dovendo parlare dell’attività pittorica di un Maestro che ha ottenuto numerosi riconoscimenti  a livello nazionale ed internazionale, non si può non sottolineare che Franco Carrarelli, atripaldese, con circa  un trentennio di attività artistica, non ha dimenticato le sue  origini,  anzi le ha trasfigurate nella sua arte.

A partire dai riconoscimenti  di Franco Tralli, della North West London University, a quello della Biennale di Venezia che alla sua 41° edizione, nell’1984, lo ha insignito di una importante nota di merito, non si contano i successi favorevoli alle sue opere da parte di critici come Pietro Farina  e di quotidiani quali il Tempo, il Mattino ed il Roma. Franco Carrarelli è un artista sicuramente segnato nella sua evoluzione da una prima fase di studio sul corpo umano, che trae spunti da  De Chirico, ad una tormentata concezione dell’uomo e dell’esistenza che vede nella seconda metà degli anni settanta le sue espressioni migliori.

Poi viene la fase della sperimentazione di nuove tecniche: la sua  pirografia della facciata posteriore del sarcofago di  Sant’ Eberto da Conza della Campania, nel 1981, in occasione di un importante incontro col Papa per la rinascita della Cattedrale di Conza, distrutta dal terremoto.

Ed infine, in una accurata sintesi espressiva e tecnica, nella piena maturità, dopo l’inserimento nel Grande Dizionario degli Artisti Contemporanei, approda ad  un figurativismo e ad un vedutismo non di scuola ma vissuto e sentito quale espressione di tradizione popolare, sono famosi i suoi “Vecchi” e le sue raffigurazioni della senilità, contadina ed i suoi nudi, raffigurazioni di un amore in cui il materiale e lo spirituale, il soggettivo e l’oggettivo trapassano senza discontinuità l’uno nell’altro.

Tutto ciò corrisponde ad una assoluta padronanza tecnica indispensabile per veicolare il proprio messaggio di ansia e serenità contemporaneamente ad un tempo.

L’artista si attiene  ad un tradizionale modulo pittorico perché sa che questo serve a predisporlo alla creazione artistica .

Le sue opere nascono invece da una calma meditativa e da un equilibrio di forme che denotano raccoglimento e presenza di spirito. Franco Carrarelli tuttavia non si ferma a ciò che sa, ed è quello che il successo e la fama celebrano.

Egli continua a comportarsi come se l’esistenza artistica fosse forma di vita a sé che ha in sé il proprio suggello e la propria giustificazione.

 

                                         15  dicembre 1992   Antonio Fusco Farese

                                           Notizie storiche

 

                              IL PANNETTO

(cenno storico)Un panno di grossa tela su cui è riprodotta  esattamente l'immagine della Vergine Immacolata,  più o meno di buona mano artigianale e riccamente  " bordato ".Esso veniva innalzato pubblicamente

in occasione delle due feste più solenni della  Celeste Patrona. ( 15 agosto 8 settembre ).

Anticamente, dopo una solenne cerimonia in chiesa,  veniva benedetto e poi innalzato sulla torre  campanaria grande del  Convento di S. Francesco in Piazza della Libertà, tra il tripudio del popolo  esultante e spari di mortaretti.

Una volta tolto, veniva gelosamente custodito dalla   famiglia del Barone Amoretti, che unitamente alle  famiglie Ferrara,De Conciliis e Testa ne vantavano  il privilegio.Più tardi si prese l'usanza di  innalzare altri tre pannetti in onore della Vergine, uno in Piazza del Borgo, alla calata  della Tefana, un'altro nello slargo della Via  Beneventana e il terzo alla calata di S,Antonio. Questi erano gelosamente custoditi dagli artigiani  dei rispettivi luoghi che ne avevano una vera  morbosa venerazione. Nei primi anni del novecento  i pannetti che si innalzavano in onore della Madonna  diventarono cinque. Il primo detto "dei signori

"in Piazza della Libertà, d'avanti alla Chiesa di S. Francesco; il secondo in Piazza Centrale per conto della famiglia Vietri; il terzo in  Via Costantinopoli per conto della famiglia Marzullo  quarto in Via Trinità a cura della famiglia Tino  ed il quinto in Via Mancini per conto dei  "pannazzari " di detta strada. In dette occasioni i palazzi, l e abitazioni più vicine al pannetto, di seravenivano illuminate di mille piccoli lumi ad olio in modo che al pannetto non venisse mai a mancare  quella luce che rendesse visibile al passante, al forestiero che riverente sisegnava.Altropannetto veniva e viene tuttora custodito  nella Chiesa Dell’ ArciconfraternitainPiazzaDuomo.Essoveniva solennemente innalzato alla presenza  di tutto il clero e dei fedeli alla vigilia della  festa dell'Assunta e dell'Immacolata.

Dopo i solenni vespri cantati in chiesa, il Vescovo  lo consegnava, dopo averlo benedetto e baciato,  ai Priori delle varie Confraternite che subito  provvedevano ad innalzarlo sul sagrato del Duomo.

Quest' anno, in occasione  dell'Anno  Mariano, l' Arciconfraternita, dell'Immacolata ha commissionato un nuovo pannetto al noto artista

prof. Franco Carrarelli il quale ha "consegnato"  alla Confraternita ed alla Città un'opera che è  degna prosecuzione della secolare tradizione del  pannetto nella città di Avellino.

                                    Anno Mariano 1988

              " dall'Archivio dell' Arciconfraternita dell'Immacolata

                                    Piazza Duomo  Avellino  "

Lettera personale di ringraziamento

  Padre Silvano Zarrella in una lettera indirizzata

            al Maestro  dice:

 28/11/1984

 

Carissimo  Franco Carrarelli

Il ringraziamento per la tua opera sgorga spontaneo.

La mostra Mariana si è chiusa il 21 novembre ma centinaia di persone portano nel cuore un messaggio  di speranza e di pace grazie anche al tuo contributo.

Quanta gente ha toccato quei volti facendosi il segno  della croce e  accennando una genuflessione….! Grazie quindi! Unita a questo foglio troverai una piccola statua di Gesù

del  Getsemani di Paestum,Santuario nel quale si è svolta  la mostra.

Trovi una foto del quadro anche se bisogna accontentarsi perché è foto senza pretese….

All’ingresso della casa di spiritualità verrà posto un album con una pagina dedicata a te, con la foto del dipinto e un  breve cenno sulla tua opera pittorica.

Approfitto di questa opportunità per porgere a te e alla tua famiglia l’augurio cordiale per un gioioso Natale.

Il tuo quadro per il linguaggio dell’arte, linguaggio  comprensibile per ogni popolo e cultura.

Non c’è solo il tuo stile ma anche l’anelito di fratellanza la tua opera resterà al Getsemani in perpetuo ed eventuali temporanee uscite ti saranno tempestivamente  comunicate.

Nel porgerti l’augurio del Getsemani ti saluto e ti ringrazio  anche personalmente.

                                                            P. Silvano Zarrella

P.S.

Il “tu” confidenziale non è per Franco Carrarelli

ma per l’artista, il sentimento e l’anima che c’è dentro

e va al di là di ogni barriera che si impone  il “lei”.  Ciao

 

                                                   Personale  2007

                          “ Il mio Paese “

L’intenzione di fondo che ha spinto FRANCO CARRARELLI a proporre il tema della memoria (profili umani, mestieri, scorci urbani) trova impulso nel convincimento che ogni persona può indirizzare  positivamente la propria vita se non dimentica la storia alla quale appartiene. Egli si fa come sacerdote di questo credo per cui  un tale bisogno comunicativo risulta ricorrente nella sua produzione artistica, anche se si accompagna a tante altre motivazioni che hanno guidato l’artista nell’ormai lungo e luminoso itinerario.Il suo percorso creativo è stato segnato da una continua ricerca che lo ha condotto attraverso varie fasi di maturazione in un tormentato studio della realtà umana e fisica, come avvertita però dalla sua sensibilità e tale da fargli travalicare forme oggettive e immediatamente palesi. Agli esordi, Carrarelli è attratto da tendenze figurative, ma la sua ricerca espressiva lo accosta ben presto alla corrente metafisica con forte propensione al simbolismo. L’ansia, poi, di scavare nella complessità dell’animo lo riconduce ad un rinnovato manifestarsi figurativo arricchito di accenti allegorici. Con l’ultima produzione, egli tenta di raggiungere un punto di equilibrio contenutistico e descrittivo privilegiando come soggetto una realtà pura, essenziale: persone, luoghi. Tuttavia, la trasfigura  processualmente in una sintesi di intonazioni metafisiche, simboliche e surrealistiche, e penetra nella psiche fino all’inconscio per esprimere vibrazioni più intime ed intense. Il risultato è conseguito, mediante l’adozione di  una tecnica che lo porta a fondere, in  ogni tela, i due diversi elementi indicatori della memoria ricorrendo ad un accorto gioco con disegno e  colori. Le figure in primo piano, che descrivono occupazioni e mestieri, pause e riposi, parlari e dicerie, spiccano per l’intensità dei colori, gli incisivi accostamenti cromatici, la finezza  dei chiaroscuri, la cura meticolosa dei particolari, le espressioni eloquenti dei volti. Alle loro spalle, sfondo delle scene in cui le figure sono ambientate,campeggiano vasti cieli, tratti suggestivi degli abitati, luminescenti linee di disegno, armoniche geometrie, sapienti fughe di prospettive. Qui, cieli, edifici, selciati non hanno colori propri.  Li ricevono da tre o più campiture trasversali, la più alta delle quali è di un azzurro gravante che sovrasta e accomuna costruzioni con strati eterei. La campitura centrale è spesso marrone, talvolta verde o grigia. L’ultima designa il piano di calpestio ed è tendente ad un bruno variato per assecondare l’esigenza del soggetto.

Il tutto compone un effetto cromatico che coinvolge i vari elementi rappresentati, consocia quindi anche le raffigurazioni del primo piano e realizza quella fusione di contenuto e forma, disegno e pittura, cui l’autore aspirava. Il tema del ricordo – si diceva  sostanzia l’ispirazione  complessiva di questa esposizione e l’artista lo sviluppa con la sua felice vena pittorica. Egli è però consapevole di come sia debole la potenza del  ricordo e simboleggia tale condizione sollevando un breve lembo di ciascun dipinto. Il distacco della tela dal telaio potrebbe avanzare con gli eventi e l’incuria fino a perdersi ed annullarsi. Il rimedio – l’azione di rinsaldo della memoria – l’artista lo raffigura con due adesivi, due strisce, una orizzontale  e l’altra verticale, che attraversano la tela, ne rafforzano la tenuta e impediscono che il tempo e l’uomo disperdano luoghi, tipi e costumi. Infine, in prossimità del margine di ogni dipinto, appare un’ombra d’uomo. Non ha volto e non manifesta sentimenti. E’ distaccata ed indifferente. Il pittore vorrebbe darle corpo e capacità di provare emozioni: E’ come se volesse riscattarla del vuoto, dal disinteresse, da un realismo disancorato da certezze.

Vorrebbe che prendesse luce dal passato (principi, tregole, misure, convinzioni ) per illuminare le vie del suo presente. E’ un gioco tra pessimismo e ottimismo.

Il cammino di Franco Carrarelli è ancora in essere e lo spirito irrequieto che culturalmente caratterizza l’artista, in armonia con i suoi forti fondamenti etici, lo può spingere verso possibili approfondimenti, ulteriori ricerche e nuovi sbocchi.

 

Atripalda 29 / 09 / 2007

                                              Dott. Prof. Umberto Della Sala

 

       Riflessioni sui dipinti della mostra del 2007

                                               di Umberto Della Sala

LAVANDAIE”

            Era ben duro il lavoro delle lavandaie, ma la fatica era alleviata dal ritrovarsi insieme in tante e, quindi, dal poter narrarsi pene e fugaci gioie, vanità e dicerie.

            Armonica ed avveduta la disposizione delle figure, con perfetto studio dei movimenti, dei piani e della prospettiva. Altrettanto intrigante è l’accostamento dei colori.

 

 

 

 

 

L’ARROTINO”

            L’armamentario degli arrotini ingombra con la sua massa parte del proscenio, ma il tutto è snellito dal lumeggiare disteso del caseggiato, piacevole per le sue linee limpide e la prospettiva ariosa. I due arrotini sono inseriti con gradevole compatibilità di colori.

 

 

 

 

 

 

LA PESA DEL GRANO”                    

            Un grosso carro trainato da un candido bue al giogo, nonché da un asino e un cavallo a far da  bilancini.

            E’ stracarico di sacchi di grano da trasportare alla pesa.

            Il conduttore sta per dare l’arri al cammino faticoso.

            Pur col bianco del bove, l’insieme dei colori centrali tendenti al cupo rende bene la gravezza

 

 

 

LA VERDURAIA

            La verduraia ha fermato il carretto abbondante e variopinto di frutta e ortaggi, ombreggiandolo con teli bianchi tesi su sostegni di legno, ai piedi del campanile con l’orologio svettante nell’azzurro.

            Indugia un’atmosfera di attesa. La donna è in piedi, inquieta, Non vede ancora acquirenti.

 

 

 

 

MANI AL CORREDO”

            L’ampia piazza, aperta e ariosa, fa da sfondo alle tre vecchiette operose, impegnate nella preparazione del corredo matrimoniale. La prima, lavorando di uncinetto, appronta applicazioni per capi di biancheria e la seconda è intenta al lavoro di maglia. La terza, dimessa e pensosa, (a lei, forse, il corredo non è servito), regge il filo perché non s’ingarbugli. Assorte nell’occupazione, le prime non colgono la malinconia che svuota lo sguardo della convicina.

 

 

 

A  PRETA R’ ‘O  PESCE”

‘A preta r’ ‘o pesce, all’ombra dei tigli indimenticati, ha segnato un’epoca della storia sociale atripaldese. Ai piedi del Convento, tutto azzurro, risalta la colorata e colorita scena del banco di vendita del pesce. Pare di sentir l’afrore che si leva dalle cassette ricolme. Caratterizzata ben bene la donnona in rosso.

Il filare di attrezzi e strumenti colloca  in secondo piano ‘a preta con gli addetti.

 

 

“ PONTE DELLE CARROZZE ”

            L’azzurro del cielo è increspato appena da un leggero cumulo e dai profili dei caseggiati,

fragili e trasparenti come cristalli.

            Dominano la vista per tutta la sua lunghezza  una carrozza rossa  col mantice nero ripiegato

ed un cavallo che si rifocilla al tiro. Il vetturino sonnecchia e lascia le briglie allentate.

            Un’ aria sonnolenta e pigra grava sulla scena.

 

 

 

 

 

“SVAGO CON CHIACCHERE “

             Si trovano sedute sul muricciolo daccanto tre donne del vicinato a svagarsi un po’ di

Cicalecci e pettegolii. Anziane e coi capelli grigi, sono rigorosamente in nero. E’ facile cogliere

Chi ha la parola:  lo dicono il movimento delle mani e il volto inclinato di una verso le altre due.

La donna del centro, braccia conserte, è chiaramente più interessata, appare invece quasi annoiata.

La distinta funzione  colloquiale e il  diverso interesse si leggono chiari anche nelle espressioni dei volti.

 

 

 

 

 

“ IL PESO “

            Un’ abilità che sembra connaturata alle donna come tale e la rende un solo corpo con il

carico  che porta sulla testa. Una fusione tra donna, cercine (“truocchio”) e peso, allegoria della sua plurisecolare fatica silenziosa, supina, dovuta. Nel volto e nello sguardo non c’è sofferenza ma pazienza. L’azzurro molto carico, opprimente, scende ad investirla quasi tutta.

 

 

 

“ CONTADINI – PAUSA “

Una descrizione ampia e particolareggiata dell’abitato occupa la campitura centrale della tela. Linee bianche disegnano accuratamente gli edifici immersi nella luce verde; esse diventano marroni quando la luce è bianca. Lontano, colline ondulate sfumano nell’azzurro. Nella campitura marrone – il podere da lavorare – si levano figure che si fondono armonicamente col paesaggio. Sono contadini in un momento di pausa. Una breve interruzione del lavoro per ricomporre le energie. C’è il tempo per un sorso di vino e lo scambio di qualche pensiero. L’insieme della scena è espresso con una incomparabile euritmia di piani, colori, dettagli e gesti di alta ispirazione, frutto dell’esplorazione e della confluenza di rinnovate tecniche operative oltre che di risapute qualità artistiche. L’uomo ritratto sulla destra è frontale alle altre figure come a chiudere un’ellisse e la carriola, mentre arricchisce la scena, accorcia le distanze nel gruppo.

 

 

 

“IL CALZOLARO”

            Si srotola tra le case una lunga strada verde e si perde sul fondo, portando via con sé pensieri che hanno allegrato la giovinezza del calzolaro. Ora, invecchiato, baffetti bianchi, occhialini sulla punta del naso, egli è ancora piegato verso il deschetto nel trasporto con cui si adopera.

 

 

 

 

 

 

IL   FUSO

            Sullo sfondo del vicolo che porta verso la chiesa, rischiarata appena da una luce autunnale che cala da occidente, dominata dal verde carico del palazzo che sovrasta, è quasi in ombra la donna che fila col vecchio fuso. Il suo volto, chiuso in un fazzoletto annodato sotto il mento e tramato di spicchi bianchi e verdi, presenta lineamenti segnati, marcati, duri. Gli occhi, doloranti per la fatica affidano all’automatismo la pratica del lavoro e sono spinti in avanti, volti chissà verso che cosa. 

 

 

 

 

IL  RAMAIO

            I due poli dell’asse di equilibrio che compone la parte centrale della tela sono dati dal ramaio e dalla fontana di ghisa ornata di borchie. Le due configurazioni incoronano e racchiudono i rimanenti personaggi che animano la scena centrale: due aiutanti che lavano e ripuliscono ramini già pronti. Una di esse- un attimo di sospensione – abbozza un sorriso per un accadimento improvviso che la distrae. Il rivolo d’acqua che cola dai ramini bagnati è accolto dalla grata della fontana. Il ramaio è concentrato nel suo lavoro e ribatte il punzone con il martello per fregiare il caldaio in fase di rifinitura. Il suo sguardo è – insieme – attento e appagato. Alle loro spalle, sul telone di fondo, in campo azzurro, un’ampia arcata a tutto sesto si apre nel caseggiato per condurre verso un opificio.

 

 

 

 

“L’IMPAGLIASEGGIOLE”

            Dà di piglio alla sua impresa, l’impagliaseggiole, con vigoria giovanile. Stringe la sedia da impagliare tra le gambe e i piedi sono tesi nello sforzo. Ma il volto è sereno, lo sguardo rivolto in avanti. Sono accatastati intorno i fasci di steli per ricoprire il telaio. La serenità appagata dell’artigiano trasferisce un che di ameno e disteso al paesaggio circostante.

 

 

 

 

 

 

IL  GELATAIO

            Non è del tutto scomparso dalla nostre contrade il gelataio ambulante. Ma di certo non è facile vederlo ancora sul trerruote a pedali spinto con la forza delle gambe. Una sorta di prora, che racchiude due contenitori di rame stagnato, è fissata col suo carico rinfrescante sull’asse fra le ruote raggiate anteriori. Ammicca amabilmente il gelataio, col copricapo arieggiante un berretto marinaresco, sull’arioso fondale turchese dell’imponente edificio. I colori sono sereni, distesi, accattivanti.

 

 

 

 

 

 

“IL VENDITORE DI UOVA”

            Stancamente l’ovaio propone all’acquisto la sua povera mercanzia. Ne nascondono il viso, il cappello a larga tesa ed una mano con la quale si stropiccia l’occhio. L’altra mano regge il bastone, ma sembra che l’uomo abbia invece bisogno di appoggiarvisi anche se è seduto.

            I colori sono densi, sordi, graduati verso un chiarore che viene solamente dall’alto.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL  SARTO 

La figura serena, quasi ieratica, del sarto intento ad imbastire sull’uscio della sua bottega, risalta nell’ombra densa  in primo piano e poi si staglia sulla facciata azzurra della chiesa madre, che si erge alta sulla gradinata illuminata e tocca il cielo con la sua cuspide. Intorno a lui qualche strumento di lavoro, il ferro da stiro a brace, delle spagnolette, il braccio della macchina per cucire prima verde e poi gialliccio. Tonalità del marrone segnalano il prospetto della bottega salendo parallele all’ocra e al bianco di un nastro luminoso.

 

 

 

 

 

 

LA FESTA DELLA VENDEMMIA”

         La sensazione immediata che l’artista trasmette è l’aria di festa. Una diffusa allegria collettiva accomuna le dieci figure, uomini e donne, raccolte sul carro maestoso. E’ la tradizionale lietezza che marca la chiusura del ciclo annuale dei lavori nei campi: la raccolta dell’uva e la vinificazione che ci portano indietro nel tempo biblico di Noè. I segni della gioia sono presenti nei volti delle persone, nei loro gesti, nei colori degli abbigliamenti, nelle forbici pronte ad essere azionate, nelle ceste da colmare, negli strumenti per le musiche villerecce, nel lungo e ricco tralcio che inquadra in basso l’armoniosa scena. L’intera immagine è costruita con paziente e sapiente assetto dei piani e realizza una felice collocazione dei personaggi sia nell’atmosfera agreste che nell’ambiente paesistico, con l’effetto di una perfetta fusione di disegno e colorazione.

 

 

LA  SARCHIATURA.

            La tela avvolge l’osservatore in una sensazione di caldo e di assorto che si sprigiona irresistibile dalla luminosa fascia dorata traversante il dipinto per tutta la sua larghezza. In questa luce accogliente si snoda il disegno fitto dell’ampio abitato, mentre più in alto un azzurro allentato appena da lievi nubi colora le colline circostanti.

            In primo piano, tra il verde della vegetazione e il bruno del campo, contadini forniti di sarchio rimuovono le zolle e sradicano erbacce. Sono allineati seguendo una progressione prospettica che muove dal piano del villico accanto alla carriola, affonda verso sinistra fino al contadino in rosso, primo fuoco di un ovoidale ideale, torna verso la donna col cesto anch’essa in rosso, secondo fuoco dell’ovoide, e chiude sulla carriola. Il tutto è reso con pennellate rapide, decise, convinte e colori pieni. Si fa osservare, all’angolo in basso della tela, l’insieme particolareggiato dei contenitori per una salutare merenda.

 

 

 

 

 

“L’AGLIVENDOLO”

            Caricatosi delle reste di agli, pencola tra passato e presente. La figurazione del vecchio mestiere, armoniosa per le proporzioni anatomiche del disegno, l’accordo dei colori e la misura del movimento, è composta in piano medio sulla vista attuale del fianco di una cappella votiva.

            Procede lento, l’aglivendolo, e guarda il cielo indagando o forse sognando.

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’OMBRELLAIO”

            Un verde marino, nel quale fluttuano balconi e finestre, colora lo sfondo sul quale è posta la figura dell’ombrellaio. Seduto sulla cassetta degli attrezzi, risistema con sguardo attento e mano sicura le stecche del telaio, intorno al quale si avvolge un tessuto con tinte violacee rabbuiate verso la punta e punteggiate tuttavia di schizzi bianchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’AMBULANTE”

            Girava per le vie del paese, dando la voce di tanto in tanto per richiamare gli acquirenti. L’ape ha già sostituito la vecchia carretta trainata a braccia. Il pescivendolo, adiposo, sbracciato, sudaticcio, serve il cliente misurando con la stadera. Non c’è crocchio intorno. Le ombre dicono che il sole è alto. Evidentemente è ormai l’ora di badare alla cucina.